Sul viaggiare e sul conoscere
Scoprire un posto e delle persone nuove è fonte di conoscenza così come un buon libro è un viaggio nei pensieri e nel sentire dell’autore. Fino ad ora ho praticato molto di più il secondo tipo di viaggio per una serie di ragioni ma non mi sento per questo più povero. Ho notato infatti che in molti vanno nei posti più disparati per inseguire una moda o per una pulsione che non si trasforma poi in ricerca, in conoscenza. In questo senso è vero che il viaggiare è il paradiso degli sciocchi, in quanto ognuno troverà solo le cose che porta con sé. I villaggi turistici ne sono un esempio, oltre ad essere una delle manifestazioni più tangibili della occidentalizzazione del mondo. Che senso ha andare lontano da casa per ritrovare le stesse cose? Purtroppo, la maggioranza dei turisti va in un posto per vedere cose nuove ma vuole restare se stessa senza cambiare una virgola, forse perché è convinta che il proprio stile di vita sia il migliore. Noto inoltre che la confusione generata da tutta la gente arrivata sul posto insieme a te, impedisce la nascita e lo sviluppo di qualsivoglia riflessione. La cosa è tanto più assurda se aggiungiamo l’elemento disturbatore per eccellenza, l’animatore!
Purtroppo, l’essere umano è propenso a generalizzare o, per usare un’espressione più calzante, ragiona per luoghi comuni. Questo comporta che, quando arrivi in un posto, gli altri vedono in te lo stereotipo che ti porti dietro e non cercano di capire chi sei, almeno non subito. Se sei un romano o sembri esserlo, si aspettano da te un certo comportamento. Ci vuole del tempo perché arrivino a dirti: “Certo però che come romano sei atipico!” Questo dimostra che la tua individualità non ha scalfito il loro preconcetto sui romani che, come categoria astratta, resta identificata dai luoghi comuni che le attribuiscono. Lo stesso accade quando si va all’estero. Mi ricordo un iraniano che a Londra gestiva un negozio di frutta e verdura. Al momento di pagare mi puntò il dito contro dicendo: “Italiani Mafia.” Sul momento rimasi molto amareggiato e gli dissi che non volevo chiedergli il pizzo ma soltanto pagare la frutta e poi lui aveva poco da esultare visto che il suo paese non gli aveva dato neanche un lavoro. Lui si scusò ma mi costrinse a riflettere sull’abisso che esiste tra opinione e conoscenza. Tutti tendiamo a formarci un’opinione sul mondo che ci circonda a partire dalla religione, dalla politica e tutto il resto. Insomma, tendiamo a costruirci dei punti di riferimento che ci aiutino a muoverci nel contesto, ma in pochi cerchiamo di averne una conoscenza vera. Così, al mercato del sapere, i luoghi comuni sono i più facili da acquistare mentre la conoscenza richiede impegno e molta umiltà. Infatti, per imparare qualcosa da un viaggio è necessario mettere in discussione se stessi, il proprio modo di pensare e di agire, il proprio paese con le sue regole, le usanze ed i costumi. Insomma, quando ci si prepara per un viaggio occorre spogliarsi di tutto e partire leggeri.
Per prima cosa, tutti iniziamo col fare i confronti stabilendo, con il nostro limitato metro di giudizio, se una cosa è migliore o peggiore in quel paese. Sempre a Londra, ero in pub e non sapevo quale birra scegliere. Un tale me ne consigliò una e poi iniziò a parlare come un fiume in piena. Lui, che lavorava alla Camera dei Comuni, mi parlò dell’Italia in termini entusiastici. L’adorava letteralmente mentre io ero lì proprio perché ne avevo una serie lunghissima di pregiudizi negativi. Alla fine della chiacchierata mi resi conto che non conoscevo il paese che stavo visitando e neanche il mio paese. Fu una rivelazione e da quel momento in poi la mia vacanza cambiò radicalmente. Iniziai a camminare lontano dalle mete turistiche e presi ad entrare nei posti più strani, quelli tipici e quindi veri e parlai con molte persone.
Il viaggio è una metafora della vita e vivere equivale a conoscere, fare esperienze. Se si torna da un viaggio immutati, si è perso solo tempo e denaro con la differenza sostanziale che il denaro si può recuperare, il tempo no! Ovviamente, il cambiamento a cui penso non è quello relativo alle immagini, ai suoni o ai sapori che abbiamo scoperto. Quelli li dimenticheremo un po’ alla volta. Occorre che sia cambiata l’ottica, ovvero il modo in cui guardiamo il mondo, la nostra nazione, la nostra città, il quartiere ed infine noi stessi.
Quanto detto, a nostra insaputa, avviene in chi ci conosce e si fa una nuova idea del paese e del popolo che rappresentiamo. Infatti, mentre noi osserviamo ed impariamo dal popolo che ci ospita, loro osservano ed imparano qualcosa su di noi. Per questo dovremmo evitare di fare certe brutte figure, danneggiamo noi stessi e l’immagine del nostro paese. Non è colpa solo dei luoghi comuni se all’estero hanno una pessima opinione del nostro popolo!
In veste di turisti o di viaggiatori, andiamo a visitare paesi stranieri per appagare la nostra curiosità e, figuracce a parte, trattiamo quelli che ci vivono con grande umanità. Siamo anche un popolo generoso e che fa tanta carità. Poi, quando qualche straniero si stabilisce nel nostro paese, magari proprio vicino a casa nostra, diventiamo sospettosi, paurosi se non addirittura intolleranti dei loro costumi. Gli altri, in fin dei conti, hanno dei sentimenti come noi, hanno delle famiglie come noi e vogliono crescere i loro figli esattamente come lo vogliamo noi. Allora perché questa intolleranza? Temo che molte colpe le abbiano i politici ed i media che, con la paura del diverso, cercano di controllare la massa mantenendola coesa contro qualcuno. L’importante è, la storia ce lo insegna, dare la colpa a qualcuno, se poi questo qualcuno è pure il più debole ed indifeso, tanto meglio. La colpa, strano a dirsi, non è mai dei politici! Secondo me, la cosa grave è che noi ci lasciamo condizionare per via della facilità con cui si abbocca ai luoghi comuni. Quando sento dire da qualcuno che “Gli stranieri ci tolgono il lavoro!” oppure che “Sono tutti delinquenti (o tutti ubriaconi) fuggiti dal loro paese!” mi rendo conto di come siamo stupidi e facilmente manipolabili. Pochi si degnano di ragionare con la loro testa e, per pigrizia o per ignoranza, si affidano alle sirene mediatiche. Certo, se le notizie che coinvolgono stranieri riguardano sempre e soltanto furti in villa, stupri o incidenti d’auto, è difficile farsi un’opinione, e uso a proposito questo termine, del fenomeno. Ogni tanto si parli anche del lavoro impagabile delle badanti o di quelli che muoiono nei cantieri senza alcuna tutela e garanzia! Come può svilupparsi il senso critico se sulla bilancia non si mettono tutte le notizie? Non credo però che la mancanza di senso critico di certa gente sia dovuta ad un quotidiano troppo invadente o ad una informazione monca che non lasciano tempo e modo per riflettere. Forse dovremmo tornare tutti a leggere di più e guardare meno (o per niente) la televisione.
Quando viaggi, scopri come è diverso il mondo fuori da casa tua e lì non sei più il manager, l’impiegato, l’operaio o l’idraulico. Solo uscendo dal tuo mondo piccolo e provinciale puoi ritrovare te stesso e scoprire aspetti di te che non conoscevi o che hai trascurato per tanto tempo. Ne è dimostrazione il fatto che all’estero si fanno tante cose che a casa propria non si riesce a fare. Ho visto dei connazionali mettersi in fila e gettare la carta nei cestini. Mi domando perché non lo facciano anche qui!
Un discorso a parte merita la lettura, la forma di viaggio che più mi si addice anche e soprattutto durante gli stessi viaggi. A New York o a Saint-Claude, ogni occasione era buona per leggere qualcosa e rinverdire le mie conoscenze linguistiche. La cosa mi ha aiutato molto a farmi capire e, soprattutto, a conoscere e a farmi conoscere. Trovo che la lettura sia la forma più sublime ed estatica che un viaggio possa assumere. In quelle ore mi sento lontano da casa e dal mondo. La mia mente si muove leggera tra i pensieri dell’autore e visita i luoghi che quello descrive senza che il mio corpo pigro si sia allontanato dalla poltrona. Spesso, quando alzo nuovamente la testa, perché ho finito un capitolo o il libro stesso, guardo l’orologio e mi rendo conto di essere stato via per parecchio. I libri, come dei buoni amici, sono sempre lì a portata di mano per aiutarti. Guai a vivere senza amici o senza libri! Come diceva Democrito: Una vita senza amici, è come un lungo viaggio senza osterie.
Aggiungo in ritardo una breve riflessione su un altro tipo di viaggiare e quindi di conoscere che è costituito da questo mezzo: Internet. Sposo in pieno il concetto che Internet sia molto utile perché tiene a casa gli stupidi. Chi l’ha detta sapeva bene che la cosa in sé ci riguarda tutti, visto che tutti siamo in qualche misura degli stupidi. Inoltre, chi lo è un po’ di più, attratto dalla moda o dalla “modernità” di Internet, si lancia in avventure che non capisce e perde il suo tempo nel social network, nei forum che parlano di nulla e non arriva a capire che se non si confronta con qualcuno davvero, non può crescere. Internet, per molti, ha preso il posto della televisione che già di suo ci aveva tolto la possibilità di farci degli amici e di cercarne il contatto. Mia madre parla delle vicende sentimentali e familiari di alcuni vip come se fossero amici di famiglia. Ma chi li conosce? Chi ci ha mai parlato? Parlare, anzi, farsi una chiacchierata con un amico vale più di mille libri, perché con un amico ti confronti, ti ricredi e ti sottoponi a critica. Su Internet, e per questo basta leggere i commenti postati sui vari siti dai navigatori, le persone urlano, si insultano e le sparano grosse senza alcun senso della misura. Purtroppo, non è l’accesso alle informazioni a renderci intelligenti ma la capacità di padroneggiarle!


