Sul viaggiare e sul conoscere

14 Agosto 2009 Nessun commento

Scoprire un posto e delle persone nuove è fonte di conoscenza così come un buon libro è un viaggio nei pensieri e nel sentire dell’autore. Fino ad ora ho praticato molto di più il secondo tipo di viaggio per una serie di ragioni ma non mi sento per questo più povero. Ho notato infatti che in molti vanno nei posti più disparati per inseguire una moda o per una pulsione che non si trasforma poi in ricerca, in conoscenza. In questo senso è vero che il viaggiare è il paradiso degli sciocchi, in quanto ognuno troverà solo le cose che porta con sé. I villaggi turistici ne sono un esempio, oltre ad essere una delle manifestazioni più tangibili della occidentalizzazione del mondo. Che senso ha andare lontano da casa per ritrovare le stesse cose? Purtroppo, la maggioranza dei turisti va in un posto per vedere cose nuove ma vuole restare se stessa senza cambiare una virgola, forse perché è convinta che il proprio stile di vita sia il migliore. Noto inoltre che la confusione generata da tutta la gente arrivata sul posto insieme a te, impedisce la nascita e lo sviluppo di qualsivoglia riflessione. La cosa è tanto più assurda se aggiungiamo l’elemento disturbatore per eccellenza, l’animatore!
Purtroppo, l’essere umano è propenso a generalizzare o, per usare un’espressione più calzante, ragiona per luoghi comuni. Questo comporta che, quando arrivi in un posto, gli altri vedono in te lo stereotipo che ti porti dietro e non cercano di capire chi sei, almeno non subito. Se sei un romano o sembri esserlo, si aspettano da te un certo comportamento. Ci vuole del tempo perché arrivino a dirti: “Certo però che come romano sei atipico!” Questo dimostra che la tua individualità non ha scalfito il loro preconcetto sui romani che, come categoria astratta, resta identificata dai luoghi comuni che le attribuiscono. Lo stesso accade quando si va all’estero. Mi ricordo un iraniano che a Londra gestiva un negozio di frutta e verdura. Al momento di pagare mi puntò il dito contro dicendo: “Italiani Mafia.” Sul momento rimasi molto amareggiato e gli dissi che non volevo chiedergli il pizzo ma soltanto pagare la frutta e poi lui aveva poco da esultare visto che il suo paese non gli aveva dato neanche un lavoro. Lui si scusò ma mi costrinse a riflettere sull’abisso che esiste tra opinione e conoscenza. Tutti tendiamo a formarci un’opinione sul mondo che ci circonda a partire dalla religione, dalla politica e tutto il resto. Insomma, tendiamo a costruirci dei punti di riferimento che ci aiutino a muoverci nel contesto, ma in pochi cerchiamo di averne una conoscenza vera. Così, al mercato del sapere, i luoghi comuni sono i più facili da acquistare mentre la conoscenza richiede impegno e molta umiltà. Infatti, per imparare qualcosa da un viaggio è necessario mettere in discussione se stessi, il proprio modo di pensare e di agire, il proprio paese con le sue regole, le usanze ed i costumi. Insomma, quando ci si prepara per un viaggio occorre spogliarsi di tutto e partire leggeri.
Per prima cosa, tutti iniziamo col fare i confronti stabilendo, con il nostro limitato metro di giudizio, se una cosa è migliore o peggiore in quel paese. Sempre a Londra, ero in pub e non sapevo quale birra scegliere. Un tale me ne consigliò una e poi iniziò a parlare come un fiume in piena. Lui, che lavorava alla Camera dei Comuni, mi parlò dell’Italia in termini entusiastici. L’adorava letteralmente mentre io ero lì proprio perché ne avevo una serie lunghissima di pregiudizi negativi. Alla fine della chiacchierata mi resi conto che non conoscevo il paese che stavo visitando e neanche il mio paese. Fu una rivelazione e da quel momento in poi la mia vacanza cambiò radicalmente. Iniziai a camminare lontano dalle mete turistiche e presi ad entrare nei posti più strani, quelli tipici e quindi veri e parlai con molte persone.
Il viaggio è una metafora della vita e vivere equivale a conoscere, fare esperienze. Se si torna da un viaggio immutati, si è perso solo tempo e denaro con la differenza sostanziale che il denaro si può recuperare, il tempo no! Ovviamente, il cambiamento a cui penso non è quello relativo alle immagini, ai suoni o ai sapori che abbiamo scoperto. Quelli li dimenticheremo un po’ alla volta. Occorre che sia cambiata l’ottica, ovvero il modo in cui guardiamo il mondo, la nostra nazione, la nostra città, il quartiere ed infine noi stessi.
Quanto detto, a nostra insaputa, avviene in chi ci conosce e si fa una nuova idea del paese e del popolo che rappresentiamo. Infatti, mentre noi osserviamo ed impariamo dal popolo che ci ospita, loro osservano ed imparano qualcosa su di noi. Per questo dovremmo evitare di fare certe brutte figure, danneggiamo noi stessi e l’immagine del nostro paese. Non è colpa solo dei luoghi comuni se all’estero hanno una pessima opinione del nostro popolo!
In veste di turisti o di viaggiatori, andiamo a visitare paesi stranieri per appagare la nostra curiosità e, figuracce a parte, trattiamo quelli che ci vivono con grande umanità. Siamo anche un popolo generoso e che fa tanta carità. Poi, quando qualche straniero si stabilisce nel nostro paese, magari proprio vicino a casa nostra, diventiamo sospettosi, paurosi se non addirittura intolleranti dei loro costumi. Gli altri, in fin dei conti, hanno dei sentimenti come noi, hanno delle famiglie come noi e vogliono crescere i loro figli esattamente come lo vogliamo noi. Allora perché questa intolleranza? Temo che molte colpe le abbiano i politici ed i media che, con la paura del diverso, cercano di controllare la massa mantenendola coesa contro qualcuno. L’importante è, la storia ce lo insegna, dare la colpa a qualcuno, se poi questo qualcuno è pure il più debole ed indifeso, tanto meglio. La colpa, strano a dirsi, non è mai dei politici! Secondo me, la cosa grave è che noi ci lasciamo condizionare per via della facilità con cui si abbocca ai luoghi comuni. Quando sento dire da qualcuno che “Gli stranieri ci tolgono il lavoro!” oppure che “Sono tutti delinquenti (o tutti ubriaconi) fuggiti dal loro paese!” mi rendo conto di come siamo stupidi e facilmente manipolabili. Pochi si degnano di ragionare con la loro testa e, per pigrizia o per ignoranza, si affidano alle sirene mediatiche. Certo, se le notizie che coinvolgono stranieri riguardano sempre e soltanto furti in villa, stupri o incidenti d’auto, è difficile farsi un’opinione, e uso a proposito questo termine, del fenomeno. Ogni tanto si parli anche del lavoro impagabile delle badanti o di quelli che muoiono nei cantieri senza alcuna tutela e garanzia! Come può svilupparsi il senso critico se sulla bilancia non si mettono tutte le notizie? Non credo però che la mancanza di senso critico di certa gente sia dovuta ad un quotidiano troppo invadente o ad una informazione monca che non lasciano tempo e modo per riflettere. Forse dovremmo tornare tutti a leggere di più e guardare meno (o per niente) la televisione.
Quando viaggi, scopri come è diverso il mondo fuori da casa tua e lì non sei più il manager, l’impiegato, l’operaio o l’idraulico. Solo uscendo dal tuo mondo piccolo e provinciale puoi ritrovare te stesso e scoprire aspetti di te che non conoscevi o che hai trascurato per tanto tempo. Ne è dimostrazione il fatto che all’estero si fanno tante cose che a casa propria non si riesce a fare. Ho visto dei connazionali mettersi in fila e gettare la carta nei cestini. Mi domando perché non lo facciano anche qui!
Un discorso a parte merita la lettura, la forma di viaggio che più mi si addice anche e soprattutto durante gli stessi viaggi. A New York o a Saint-Claude, ogni occasione era buona per leggere qualcosa e rinverdire le mie conoscenze linguistiche. La cosa mi ha aiutato molto a farmi capire e, soprattutto, a conoscere e a farmi conoscere. Trovo che la lettura sia la forma più sublime ed estatica che un viaggio possa assumere. In quelle ore mi sento lontano da casa e dal mondo. La mia mente si muove leggera tra i pensieri dell’autore e visita i luoghi che quello descrive senza che il mio corpo pigro si sia allontanato dalla poltrona. Spesso, quando alzo nuovamente la testa, perché ho finito un capitolo o il libro stesso, guardo l’orologio e mi rendo conto di essere stato via per parecchio. I libri, come dei buoni amici, sono sempre lì a portata di mano per aiutarti. Guai a vivere senza amici o senza libri! Come diceva Democrito: Una vita senza amici, è come un lungo viaggio senza osterie.

Aggiungo in ritardo una breve riflessione su un altro tipo di viaggiare e quindi di conoscere che è costituito da questo mezzo: Internet. Sposo in pieno il concetto che Internet sia molto utile perché tiene a casa gli stupidi. Chi l’ha detta sapeva bene che la cosa in sé ci riguarda tutti, visto che tutti siamo in qualche misura degli stupidi. Inoltre, chi lo è un po’ di più, attratto dalla moda o dalla “modernità” di Internet, si lancia in avventure che non capisce e perde il suo tempo nel social network, nei forum che parlano di nulla e non arriva a capire che se non si confronta con qualcuno davvero, non può crescere. Internet, per molti, ha preso il posto della televisione che già di suo ci aveva tolto la possibilità di farci degli amici e di cercarne il contatto. Mia madre parla delle vicende sentimentali e familiari di alcuni vip come se fossero amici di famiglia. Ma chi li conosce? Chi ci ha mai parlato? Parlare, anzi, farsi una chiacchierata con un amico vale più di mille libri, perché con un amico ti confronti, ti ricredi e ti sottoponi a critica. Su Internet, e per questo basta leggere i commenti postati sui vari siti dai navigatori, le persone urlano, si insultano e le sparano grosse senza alcun senso della misura. Purtroppo, non è l’accesso alle informazioni a renderci intelligenti ma la capacità di padroneggiarle!

Pomeriggi di infanzia

14 Luglio 2009 2 commenti

 

Pomeriggi di infanzia

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Martin, we did it!

6 Novembre 2008 Nessun commento

Durante i festeggiamenti per la vittoria di Obama ho visto lacrime di gioia ed un signore che reggeva un cartello con scritto: "Martin, we did it!"

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2 novembre 2007

6 Novembre 2007 Nessun commento

Novembre, un mese in cui ricordiamo chi ci ha accompagnato per una parte della nostra vita ed ora non è più tra noi. Così, dietro richiesta dei genitori, anziani e molto sensibili a certe cose, anche questa volta li accompagno in giro per cimiteri.

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Disteso su un prato

26 Luglio 2007 1 commento

Disteso su un prato a legger poesie

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Riflessioni di un pendolare

12 Luglio 2007 Nessun commento

Anche stavolta sono arrivato trafelato all’imbarco. Devo decidermi a cambiare le mie abitudini o un giorno di questi finirò nei guai. Mi hanno assegnato un posto vicino all’oblò e ne sono contento anche se la maggior parte dei passeggeri lo trova inutile.

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La vera storia di Joe Mandarino

23 Luglio 2003 1 commento

Capitolo I – Un bambino d’acqua dolce “Tanto so già come andrà a finire: andrò a letto e se ne riparla domattina!” pensò Francesco vedendo che ogni tentativo di convincere sua madre era inutile. Quel fine settimana doveva affrontare la squadra di calcio più forte del suo girone: i Lupi Felpati. Lui non voleva assolutamente giocare dopo l’ultima partita in cui aveva fatto un autogol. Lui voleva restare a casa a giocare con il computer: doveva assolutamente finire per la seconda volta il gioco di Harry Potter. Arrivò il sabato, più in fretta di quanto Francesco pensasse. A seguire l’incontro di calcio erano andati anche zio Mauro, zia Lucia e sua cugina Serena. La squadra era molto gasata, voleva vincere ma Francesco si vedeva a casa, davanti al suo personal computer… stava lanciando un incantesimo e finiva anche l’ultimo livello e… “Lopez!… Avanti, entra in campo!” Era l’allenatore. Francesco, ancora fermo a bordo campo, fece un timido passo in avanti e iniziò a giocare. Sentiva in fondo al campo, dietro la rete, zia Lucia che domandava a zio Mauro: “A Mauré, ma invece de uscì co na ragazza sei venuto a vedé na partita de ragazzini!” “Che ci vuoi fare?” rispose zio Mauro citando una battuta del comico Albanese “E’ tutta colpa della mia conformazione underground e della carenza affettiva adolescenziale con consequenziale spinello!” Risero tutti eccetto una signora lì vicino che aveva capito solo l’ultima parola. Arriva la prima pallonata e Francesco cerca subito di evitarla con una mossa da elefante marino, ma un avversario alla sua destra non si sposta e… incredibile! Cadono a terra come due merluzzi. “Ma che è successo?” si domandò, mentre si ripuliva dalla terra. Con quell’azione i suoi compagni avevano recuperato la palla ed avevano segnato. Adesso erano in vantaggio di 2 reti ad 1 contro i Lupi Felpati. Erano tutti gasati e urlavano come matti. La palla è di nuovo al centro, si ricomincia. Un passaggio, una finta, un intervento pericoloso ed ecco di nuovo la palla venire verso Francesco. Questa volta non voleva sbagliare: si sarebbe tuffato come un tonno esattamente sotto la palla in modo da farla passare senza ostacolarla. Così fece, ma un colpo di vento rallentò la corsa della palla che arrivò esattamente sulla testa di Francesco rimbalzando in avanti. La sua squadra riguadagnò la palla e si lanciò in contropiede. Poche marcature e… goal! Da non credere! Quella mossa di Francesco aveva fruttato il 3 a 1. Qualcuno dei suoi già faceva battute sugli avversari chiamandoli i “Lupi Spelacchiati”. La partita finì e tutti si rimisero in marcia per tornare alle loro case, compresi i Lupi Felpati che se ne andarono con la coda tra le gambe. Francesco era in macchina che ascoltava i genitori complimentarsi con lui ma con la testa era assente: aveva qualcosa di nuovo che non riusciva a spiegare. “Io sono Francesco.” Pensava. Il paesaggio intorno a lui era insolito e gli pareva quasi di vedersi nella macchina dei genitori mentre percorreva quella strada. Mentre Francesco pensava a se stesso, lo ridestò una violenta gomitata di Chiara. “A Francé, quando torniamo a casa, che me presti i colori?” Francesco voleva mollarle un pugno sul naso ma si trattenne pensando alle conseguenze: Chiara avrebbe urlato e la mamma si sarebbe arrabbiata con lui. Si calmò e annuì con la testa. “Grazie, così finisco di colorare la casa di Barbie.” disse Chiara soddisfatta. Quella sera a cena Francesco mangiò meno del solito lasciando il campo a Chiara che fece piazza pulita. Non aveva neanche voglia di parlare o di vedere lo speciale di Quark sulle tecniche riproduttive dei pappagallini del Bengala. Andò di filato in camera, si mise a letto e dormì. Capitolo II – La mappa di Mandarino. Cominciò a fare uno strano sogno: un vecchio con un mantello ed una lunga barba bianca gli parlava e gli indicava un punto ben preciso nel campo di calcio della chiesa. Gli diceva di scavare perché avrebbe trovato qualcosa di prezioso. L’indomani, dopo la scuola, Francesco si diresse al campetto di calcio, entrò e cercò il punto che il vecchio gli aveva indicato. Con un pezzo di tubo cominciò a scavare la terra da cui però non veniva fuori niente. Stava quasi per mollare tutto quando il tubo urtò un pezzo di legno. Francesco decise di pulirlo per capirne le dimensioni. Era una scatola grande poco più di una videocassetta. Incuriosito e contento, se la mise nello zaino e tornò a casa dove nonna Barbara lo aspettava da almeno mezz’ora. Non appena poté, si rifugiò in camera dove cercò disperatamente di aprire quella scatola. Su un lato c’era una specie di sigillo con due lettere: J e M, ma niente che avesse l’aspetto di una serratura. Lasciò la scatola sulla scrivania di Chiara e andò a giocare con il computer. A sua insaputa, Chiara aveva preso a giocare con questa scatola misteriosa. “Devo chiedere a zio Mauro se mi aiuta a superare questo livello. E’ troppo difficile.” si disse Francesco vedendo che non ci riusciva. Tornò in camera e trovò Chiara seduta per terra con una mappa stesa sul pavimento. “Dove l’hai presa?” domandò Francesco. “Dalla tua cassetta! Quella tutta sporca che hai lasciato sulla MIA scrivania!” rispose Chiara. Francesco lanciò uno sguardo alla scatola: era aperta! “Come hai fatto ad aprirla?” Francesco non sapeva se essere arrabbiato o contento. “Eh, eh, che ti credevi! Io l’ho trovato lo stesso!” disse Chiara con un ghigno beffardo. Poi, vedendo che Francesco non diceva nulla, aggiunse: “E’ stato facile! Ho premuto le lettere gei e emme contemporaneamente e…” “Mitica! Brava Chiara, sei stata…” stava per dirle che lui non c’era riuscito, ma cambiò subito idea. Si sedette vicino alla sorellina iniziando a leggere la mappa. Si trattava della mappa del pirata Joe Mandarino e, come tutte le mappe dei pirati, indicava il luogo in cui era sepolto qualcosa. “Come si gioca?” domandò Chiara. “Ehmm… poi te lo spiego.” Francesco non voleva che Chiara sapesse cosa aveva veramente tra le mani. “E’… un gioco nuovo. Non so nemmeno io cosa bisogna fare. Stasera, quando viene Serena, voglio che…” già, Serena poteva sicuramente dargli una mano. Quando arrivarono zia Lucia e Serena, Francesco la tirò subito da una parte dicendole che aveva una cosa interessante da farle vedere. Serena sembrava scocciata e non ne voleva sapere di questa come di altre cose. Era appena tornata dal maneggio dove era pure caduta da cavallo. Era veramente stanca. Vedendo l’insistenza di Francesco lo seguì in camera. Chiara, che aveva fatto finta di niente, aspettò ancora qualche minuto in cucina, il tempo necessario a trasportare qualche biscotto e qualche fetta di ciambellone nella sua pancia e poi li seguì. Serena non sembrava convinta che quella potesse essere veramente una mappa perché c’erano indicati quattro punti in quattro continenti diversi e neanche una linea a congiungerli. Entrando in camera, Chiara non disse nulla e restò in piedi davanti a loro con un bicchiere di tè caldo in mano. Incuriosita, si avvicinò ai due, ma urtò con il piede destro contro il comodino su cui era poggiato lo stereo. Temendo di cadere, portò le mani in avanti rovesciando parte del suo tè sulla mappa. “Nooo! Chiara! Mannaggia a te!” le urlò contro Francesco. Mentre si aggiustava i capelli, Chiara chiese scusa. “Francé, guarda!” disse Serena. Sulla mappa erano apparse della parole. Serena la afferrò e la portò subito in bagno dove, con molta delicatezza, cercò di far apparire tutto il resto. Francesco, stupito dalla scoperta, disse a bassa voce: “Figata! Che c’è scritto Sery?” “Aspetta Francé, adesso cerco di leggere questo pezzo… è… è in inglese.” disse Serena delusa. “Allora, vediamo, dice: Chiunque ritrovi questa mappa, non mi maledica, perché le mie ossa saranno già a marcire insieme ai topi della mia nave. Io, Joe Tiberius McKirk, detto Mandarino, pirata dei mari del Nord, ho scritto questa mappa per accrescere il mio tesoro. Solo agli uomini audaci e di spirito permetterò di prenderne parte. Però, per proteggerlo dalle mani avide e corrotte della mia ciurma, il punto esatto verrà scoperto soltanto dopo aver percorso la strada indicata da questa mappa.” “Figata! Dove porta questa mappa? Quella è l’America vero Sery? Noi a scuola non ci siamo ancora arrivati, però…tu che dici Sery? Dove si trova…” Visto che Francesco non si fermava più, lo fece Serena: “Calmati Francé, non vedi che i continenti sono disegnati male? E poi questa isola che c’è qui non riporta nemmeno il nome.” “Trinidad.” disse Chiara. “Che cosa?” domandarono gli altri due. Chiara teneva in mano il pallamondo e indicava un punto con l’indice. “E’ l’isola di Trinidad!” ripeté Chiara. “Facci vedere!” le disse Serena con l’aria di quella che conosce bene la geografia. “Vediamo… Sì! E’ l’isola di Trinidad e questo è il fiume Orinoco! Vedete? L’ho trovato Francé.” “Figata!… Però… come ci arriviamo?” Francesco era entusiasta per la scoperta e rammaricato dal fatto di essere solo un ragazzino e di non poter partire ma Serena, mettendogli una mano sulla spalla gli spiegò che: “Questi punti che hai visto sulla mappa non ti dicono niente eh? Non hai letto cosa dicono?” “Beh, veramente io… ecco, sono scritti in inglese e a scuola noi non ci siamo ancora arrivati a…” Francesco cercava di giustificarsi ma non aveva avuto neanche il tempo di leggere quelle parole (e forse neanche la voglia). Serena svelò il mistero ai due cuginetti: “Non dobbiamo prendere alcun mezzo per arrivare alla foce dell’Orinoco! Almeno credo. Il viaggio inizia in questo punto, vicino a noi, dove c’è disegnata questa porta. Penso che da lì in poi… insomma, ti pare che zio Mauro non ha pensato ad un modo per farci viaggiare fino in America Latina? Secondo me dobbiamo solo andare avanti con il racconto e scoprire come si fa!” Francesco e Chiara restarono muti come due sardine ma, mentre Francesco ascoltava con gli occhi spalancati, Chiara già puntava il dito contro il fratello quasi a voler dire: “Francé, tu non vai da nessuna parte sennò lo dico a mamma!” [continua]
Riferimenti: La vera storia di Joe Mandarino

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Francesco e Serena viaggiatori del tempo – ovvero "Alla ricerca di Spock"

18 Giugno 2003 2 commenti

Una sera, a casa dei nonni, Francesco e Chiara erano rimasti da soli. La mamma aveva detto loro di vedere la tv solo dopo aver fatto i compiti, ma quei bricconi proprio non ne volevano sapere di studiare e poi c’erano i cartoni dell’uomo ragno. Mentre in casa si udiva solo la televisione, ecco squillare il telefono. Francesco corse a rispondere: “Pronto! Chi parla?” Una voce dall’altra parte: “Attento! E’ giunto il tempo di correre al mulino a macinare il grano. Prepara la paglia ed inizia a battere prima che il flauto magico faccia uscire tutti i topi dalle fogne.” “Eh?” chiese Francesco incredulo. “Ti ho avvisato. Recati tra mezz’ora nella piazza che puzza di patatine fritte ed aspettami per il rendez-vous!” disse ancora la voce e poi riattaccò. Francesco rimase senza parole ed immobile. Pensò che avessero sbagliato numero. E poi, quale poteva essere questa piazza che puzza di patatine? Gli interrogativi cominciarono ad aumentare e a rincorrersi nella testa di Francesco. E se fosse stato uno scherzo di zio Mauro? Cosa significava portare il grano al mulino e… insomma non ci stava capendo niente e questo non gli piaceva. Tornò a vedere la televisione ma proprio non riusciva a rispondere a quelle domande. “Chi era? Che per caso era mamma?” domandò Chiara che non si era mossa dal letto. “E che ne so io! Era uno che… boh, ha detto tutte cose senza senso: bisogna battere i topi di fogna con un flauto che sennò si mangiano il grano del mulino. Ha parlato pure di una piazza che puzza di patatine fritte!” rispose Francesco cercando di spiegarsi e di ricollegare quelle frasi. Dopo un attimo di silenzio Chiara urlò: “Benny Cricket!” “Cosa?” domandò Francesco. “Benny Cricket! Francy, non hai capito? C’è la piazza!” spiegò Chiara. “Figata!” esclamò Francesco. Aveva capito: la piazza del messaggio in codice era quella all’uscita di Benny Cricket, un locale dove fanno la pizza e le patatine fritte. “Ha detto tra mezz’ora per il ragnevù o radevù. Insomma, una cosa del genere! Che ne dici? Vado in piazza Togliatti a vedere chi è?” disse Francesco sempre più intrigato. “Ma che sei scemo Fra? Quando viene mamma poi vedi!” disse Chiara cercando di dissuaderlo. Francesco neanche rispose. Era già vestito. Si infilò le scarpe, il cappotto e uscì incurante della sorellina che lo richiamava e che cercava di farlo restare a casa. Ormai aveva deciso di arrivare fino in fondo. Con pochi rapidi passi era già uscito da via Morosini e si stava recando in piazza. Sentiva già nelle narici l’odore della patatine mentre il suo cervello rimuginava quella frasi alla ricerca di una spiegazione. Portare il grano al mulino doveva pur significare qualcosa! Eccolo arrivato nella piazza, frequentata dai soliti adolescenti con lo scooter ed i capelli impomatati. Non vide nessuno, ma qualcuno nell’ombra vide lui. I ragazzi poco distanti parlavano tra di loro: “A ci, smettila co ste storie!” “Senti, a cosa, adesso smettila tu, t’hanno vista tutti mentre facevi l’equilibrista co lo scooter mio.” “Ma che stai a dì? So due giorni che giro co lo scooter mio e poi, ‘ciccio’ vedi di non montarti la testa, non sono mica la tua ganza!” “Ah, sì? Beh, da domani allora riapro la caccia grossa e vedrai tu! Manco a Cannes l’aritrovi no sgargiolo come me!” “Ah, ma che due maroni che sei! Me sembri er commissario Montalbano. E cresci na bona vorta. C’hai 15 anni, aho!” Francesco non capiva neanche quei discorsi e si affannava a cercare qualche indizio. Gli sembrava di essere in un film giallo, ma di lì a poco il giallo si sarebbe trasformato nell’ennesima avventura fantasmagorica, iperstrabiliante, super… beh, diamoci un taglio adesso. A proposito, ma in questa storia non c’è la pubblicità? Dovrei inserirla, altrimenti la gente si annoia a leggere il racconto tutto di un fiato. Dicevamo che qualcuno, giunto per il rendez-vous, aveva già notato Francesco e si avvicinò a lui con un passo veloce e silenzioso. “A Frà, ce ne hai messo di tempo!” disse una ragazza dietro di lui. Era Serena, sua cugina e di poco più grande di lui. “Sery! Ma che… ma com’è che tu… ma che eri tu al telefono?” chiese Francesco ancora più sorpreso. “Piano, piano. Ti spiego tutto, però adesso dobbiamo andare sennò perdiamo tempo. Sali sul mio monopattino che si parte!” nel dire questo, Serena tirò fuori il suo monopattino nuovo fiammante. Serena iniziò a spiegare a Francesco che dovevano andare in via dell’Unione, lì c’è un passaggio segreto che li avrebbe portati da un’altra parte. Via dell’Unione univa due mondi e nessuno lo sapeva. Da lì si poteva andare e tornare da un posto ad un altro. Francesco guardava Serena con gli occhi spalancati e non riuscì a dire altro che “Figata!” Saliti sul monopattino, arrivarono in via dell’Unione, non molto distante da piazza Togliatti. Dal momento che la strada è in discesa, i due cominciarono a prendere velocità. Prendevano sempre più velocità e Francesco era sempre più preoccupato. Non era convinto di quello che gli aveva detto Serena e poi era pericoloso andare veloce col monopattino. Stava per dirle che doveva rallentare quando ad un tratto una luce bianca e azzurra iniziò a circondare il monopattino. La luce si trasformò in un bagliore sempre più forte, tanto che Francesco chiuse gli occhi ed un attimo dopo… whooom: si ritrovò in un posto che non aveva mai visto. “Sery, ma dove siamo? Eravamo sulla strada ed ora siamo in mezzo alla campagna!” Francesco non riusciva proprio a capire. “Francé, non è importante dove siamo, ma quando siamo! Capito?” spiegò Serena. “Che vuol dire ‘quando siamo’? Perché non siamo nel 2002? E in che anno siamo capitati?” domandò Francesco con una velocità insolita per un pigro come lui. Serena fece una faccia scocciata e poi, con le mani sui fianchi, quasi dovesse fare un grande discorso, disse: “Vedi, noi siamo esattamente dove eravamo prima. Però il posto è come era prima di quando siamo partiti? Cioè, quello che vedi è Monterotondo come era 60 anni fa o forse di più. Capito? Adesso è 60 anni fa!” A Francesco erano venuti gli occhi storti nel seguire quel ragionamento. Aveva capito solo che era meglio dare retta a Chiara e non avventurarsi fuori casa senza i genitori. Poi, per vedere se aveva capito bene disse: “Ma allora abbiamo fatto un viaggio nel tempo!… FIGATA!” “Oh, finalmente hai capito!” confermò Serena. “Scusa Sery, ma… come è possibile viaggiare nel tempo? Se oggi siamo nel 2002 com’è che ci ritroviamo nel 1942? Cioè, oggi sarebbe ieri e…” lo interruppe Serena: “Non farmi domande difficili! Io non so come si può fare un viaggio nel tempo. Dovresti chiederlo a zio Mauro, è lui che ha scritto questa storia! E poi che differenza fa? Siamo qui per ritrovare Spock, il mio coniglio bianco! Dovrebbe essere qui che mia madre l’ha lasciato.” Infatti, Serena aveva avuto un coniglio a cui non aveva saputo dare un nome. Zio Mauro le aveva proposto di chiamarlo Spock e da quel momento tutti lo chiamarono così. Francesco, che iniziava a capirci qualcosa, prese la cugina per una braccio e molto seriamente le disse: “Serena, secondo me stai facendo un grosso errore! Se questa è la Monterotondo di 60 anni fa, non troveremo mai Spock perché deve ancora nascere. E poi mica sei Alice nel paese delle meraviglie che possiamo inseguire un coniglio bianco in giro per il tempo! Secondo me è meglio tornare a casa. Comincio pure ad avere fame e devo ancora fare i compiti per domani!” Dopo un attimo di silenzio, “Cavolo, hai ragione. Non ci avevo pensato. Quando sono capitata qui la prima volta pensavo che questo potesse essere il posto giusto perché c’è tutta questa campagna. Qui Spock sarebbe stato sicuramente bene. Un giorno ho incontrato un contadino che mi ha detto che eravamo nel 1941, quasi 42. Dovevo pensarci: mia madre non poteva tornare indietro nel tempo. Non aveva mica il mio monopattino!” Serena era delusa da questa cosa, voleva proprio ritrovare il suo coniglio bianco. Francesco però aveva ancora molti dubbi, soprattutto sul come tornare a casa. Da dove si passava? Lì c’era tutto quel verde e neanche una strada, nessuna macchina e non c’era nemmeno l’ombra di un palazzo. C’era un silenzio a cui non era abituato e questo lo metteva a disagio. Serena cercò di chiarirgli le idee: “Dove siamo noi adesso, ci nascerà via dell’Unione! Riesci a vederla? Vedi le case ai lati? E la rotatoria giù in fondo? Laggiù è dove nonna Barbara e nonno Antonio costruiranno la casa in cui sono cresciuti i nostri genitori. Da quella parte faranno la chiesa di Gesù Operaio e lì è dove io, tu e Chiara siamo andati all’asilo. Ti è chiaro adesso? E’ già tutto qui, anche se non lo possiamo vedere. Dobbiamo solo arrivare all’inizio della strada e tornare indietro al 2002.” “Figata!” esclamò Francesco, sempre più entusiasta di questo viaggio nel tempo. “Sery, grazie di avermi portato con te, però c’è ancora una cosa che non ho capito: che volevi dire al telefono quando mi hai chiamato prima, cioè tra 60 anni? Me lo spieghi?” “La spiegazione” disse Serena “è semplice: non potevo dirti come stavano le cose perché tu lo avresti detto a Chiara e lei lo avrebbe detto a zia Rosa e zio Sergio. Lo sai come fa Chiara, no? Sapevo che ti saresti incuriosito e così… Adesso però torniamo a casa. Sali sul monopattino che si parte.” Tornati al 2002, Francesco e Serena trovarono Chiara, molto innervosita, che si aggirava per piazza Togliatti alla ricerca del fratello. All’inizio volevano nascondersi tra le tante macchine che vi erano parcheggiate, poi Francesco convinse Serena che non potevano lasciarla lì, lui era pur sempre il fratello maggiore e se ne sentiva responsabile. Non appena li vide, Chiara puntò subito il dito contro Francesco: “Dove sei stato? Devi subito tornare a casa che mamma e papà stanno per tornare!” Poi rivolgendosi a Serena “Ciao Sery, che bel monopattino! Mi insegni ad andarci?” Serena e Francesco si lanciarono un’occhiata da perfetti complici, poi Francesco, sempre pronto per queste cose, propose di andare tutti da Benny Cricket a spararsi qualche chilo di pizza e di patatine fritte. La cosa impedì a Chiara di fare altre domande, inoltre, visto che lei ha ripreso molto dal fratello, fu subito d’accordo sul programma e così andarono a mangiare. Belli satolli, tornarono a casa e lasciarono Chiara in cucina con i nonni, dove, di lì a poco, avrebbe pure cenato. “Francé,” disse Serena “è meglio se non raccontiamo a nessuno di questa cosa. Mi raccomando!” “Giusto!” ne convenne Francesco “Ma se i nostri genitori leggono questa storia? Che facciamo?” Allora, tutta preoccupata, aggiunse Serena sottovoce. “Hai ragione! Chiudi! Chiudi tutto, prima che sia troppo tardi.”